viaggio d’affari


 


SENZA TITOLO (CAP.1)


Those are my principles; if you don't like them , I have others. (Groucho Marx, INGLESE)


A fem un quel ch'al ciavèm (Gasparini, II legge, MIRANDOLESE)

 

MINIPREMESSA
E' un refugium peccatorum  ridursi sempre a scrivere del passato. Comunque, è anche vero che c'è un bel malloppo di anni che vanno ricordati e salvati (una trentina molto abbondante): poi se in corso d'opera, scavando nella memoria, verranno generate altre idee, vedremo di coglierle e svilupparle.

 

OH, MIRANDOLA!
Piantata al centro della pianura padana, condannata ad una inevitabile decadenza, in parte dovuta alla forza monopolizzatrice del non lontano capoluogo (ultimo atto in commedia era stato il vedersi sottrarre il mercato bestiame), e in gran parte alla totale a-imprenditorialità dei suoi abitanti era negli anni di cui mi occupo "zona depressa", ma così depressa che il cartellone che citava vantaggi e sgravi fiscali per investire a Mirandola ingiallì penosamente e le areee destinate agli investimenti incentivati rimasero vuote e desolate.

 

LA TRASFERTA MITTELEUROPEA
Nel 1965 Veronesi era una faccia nota, ma a me ,di fatto, sconosciuta  in quel di Mirandola.
Venne un giorno a casa mia e mi chiese, insieme al Gianbellino (mio vecchio compagno di liceo e di scorribande), di accompagnarlo in Austria e in Germania per una ricerca di mercato.
Io di quello che lui facesse nella sua aziendina non avevo la minima idea; lui mi fece avere un questionario da tradurre in tedesco e inglese, che poi avremmo dovuto sottoporre a quelle misteriose
Blood Banks austriache e tedesche che Veronesi voleva visitare.
Fu tradotto alla bell'e meglio (la mia conoscenza del tedesco era decisamente inferiore a quella dell'inglese e Gianbellino non poteva essere di nessun aiuto) e poi utilizzammo il ciclostile del comune di Mirandola, dove avevamo degli amici, per farne parecchie copie,
In una bigia mattina d'aprile partimmo con l'Alfetta di Veronesi alla volta di Innsbruck, dove al BTC  Veronesi si accorse della realtà, e cioè che il mio tedesco non era sufficiente per sostenere uno scambio di domande e risposte in un campo così specifico come la trasfusione sanguigna.
Era comunque moderatamente soddisfatto perché con il mio inglese avevamo comunque ottenuto tutte le richieste informazioni: in altre parole avevo evitato di essere bollato come un "puff"


fin dalla prima uscita.

 

A quel tempo Veronesi produceva tubicini per flebo, e stava espandendosi a produrre simili tubicini per la trasfusione sanguigna.

 

L'assioma errato di quella trasferta tedesca, che scoprimmo solo più avanti, era che i tubicini per flebo non potevano essere commercializzati in Germania, come era il suo sogno, attraverso i grandi produttori di soluzioni fisiologiche.

 

Veronesi raccoglieva informazioni che riportava avidamente sul suo brogliaccio, Gianbellino scrutava e io facevo gli interrogatori.

 

Ci spostammo velocemente:Veronesi con la sua guida forsennata incocciò in un motociclista nel centro di Monaco.

 

Veronesi conosceva un solo piatto della cucina tedesca, la "Schnitzel mit pomfrits",e ne mangiò due al giorno per tutta la durata del viaggio, ma sopportò stoicamente questa monotona dieta. 
Fu un lungo ed estenuante percorso attraverso Erlangen (alla Pfrimmer), alla Bayer di Leverkusen, alla Boehringer, irto di difficoltà impreviste per noi parvenu, per es. che non era facile avere un appuntamento con una persona che contasse e fosse disposta a parlare con noi ,in complessi articolati di migliaia di impiegati, di cui non conoscevamo la struttura, l'organigramma..

 

Dove riuscimmo a spuntare un colloquio aleggiava una forte tensione, perché cosa avremmo risposto se ci avessero fatto richieste dettagliate sulla nostra officina di produzione, sui nostri sistemi di qualità, e così via.
Veronesi aveva allora solo una piccola sterilizzatrice in cantina e forse un paio di volonterose che assemblavano i suoi tubicini a mano, anzi "a manetta".

 

Eravamo nelle brume nordiche verso il fine settimana ed avemmo la sciagurata idea di passarlo  a Berlino Ovest. Il Bundesrat si riuniva a Berlino e la DDR effettuava estenuanti controlli nei posti di blocco in ingresso a Berlino. Morale : impiegammo tutta la notte del venerdì per fare un paio di chilometri in coda . Berlino fu qualcosa di anonimo , odore di salsicce, prostitute ben presenti ovunque; anche la visita d'obbligo a Berlino Est filò liscia (come italiani non avevamo alcun problema ad entrare o uscire dalla DDR): sotto la pioggia la città era tristemente squallida. 
Il lunedì ci vide finalmente in lidi meno monotoni, nella Mitteleuropa austriaca, a Graz.
Il tasso di soddisfazione di Veronesi aumentò perché riuscì a localizzare un potenziale distributore dei suoi prodotti in Austria.

 

A quel punto Veronesi giocò un asso che aveva nella manica: aveva un contatto in quel di Zagabria.
Business in Jugoslavia, fascinosa prospettiva per me e il Gianbellino , che eravamo già da tempo in contatti personali amichevoli con un gruppo di persone abitanti a Novi Sad in Vojvodina.
Anche noi caldeggiammo la visita d'obbligo a Zagabria (da Graz un tiro di schioppo), anche se per motivi inconfessabili, che nulla avevano di commerciale. Io poi restavo segretamente dell'idea che quello non era per il momento un mercato possibile per i prodotti di Veronesi.
Solito copione: Hotel Esplanade di Zagabria, quel bel albergone in solido stile asburgico, con il night club pieno zeppo di italiani e di volonterose ragazze locali.
Caterina e  ?, gentili ed ingenue, anche se esposte alla sollecitazione di italiani così repressi a casa loro e così incredibilmente disponibili al gentil sesso in trasferta: io e il Giambellino  subito organizzammo un "imbarco" – con l'aiuto dell'auto di Veronesi- al castello di Mokrice, una ventina di chilometri da Zagabria, ma in territorio sloveno. Notte brava, stupore delle due ragazze di essere capitate con due studenti spiantati, ritorno a Zagabria a recuperare un Veronesi inferocito, che ci credeva già dispersi .
Il ritorno a Mirandola fu senza storia: sono convinto che nei lunghi anni di collaborazione che poi seguirono col Veronesi, lui  nutrisse in un angolino del cervello un certo "allarme" nei nostri confronti: eravamo due personaggi in gamba, ma a fiducia limitata.
Ciò non toglie che nella realtà della vita, e per motivi diversi, sia io che il Gianbellino gli abbiamo dato poi notevoli motivi di soddisfazione.
Probabilmente io fui più affidabile, il Gianbellino era troppo volatile per un concreto come Veronesi (a proposito, Veronesi,  Jim Toro[1] per gli amici: chissà il perché di questo soprannome? Forse perché era irruento, ma positivo e concreto).

 

 

[1] Jim Toro :favoloso personaggio dei fumetti italiani fine anni 40
viaggio d’affariultima modifica: 2005-09-03T17:54:20+02:00da giorgiogoldoni
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